Nel 2020, mentre i laboratori di mezzo mondo correvano a sviluppare un vaccino contro il SARS-CoV-2, milioni di persone condividevano video che lo dichiaravano inutile, pericoloso o addirittura parte di un piano occulto. Non si trattava sempre di persone disinformate o poco istruite. Molte erano curiose, attente, con un diploma o una laurea in tasca. Allora perché?

La risposta è più scomoda di quanto sembri: le fake news funzionano perché sfruttano meccanismi cognitivi radicati nella biologia del nostro cervello. Capire come e perché è il primo passo per difendersi.

Il cervello non è uno strumento di ricerca della verità

Tendiamo a immaginare il ragionamento come un processo neutro, guidato dai fatti. In realtà, il cervello umano si è evoluto per sopravvivere, non per fare fact-checking. La psicologia cognitiva ha identificato decine di bias sistematici che distorcono il modo in cui elaboriamo le informazioni ogni giorno.

Il più potente tra questi è il bias di conferma: tendiamo a cercare, ricordare e privilegiare le informazioni che confermano ciò che già crediamo, ignorando quelle che lo contraddicono. La disinformazione opera esattamente su questo meccanismo, non deve convincerti da zero, deve solo darti quello che vuoi già sentire.

A questo si aggiunge il cosiddetto effetto illusory truth: ripetere un’affermazione, anche falsa, la rende progressivamente più credibile. Non perché siamo stupidi, ma perché la familiarità con un concetto viene inconsciamente scambiata per verità.

Una notizia falsa su Twitter, oggi X, raggiunge le persone 6 volte più velocemente di una notizia vera, e viene ritwittata con una probabilità 70% più alta. (Vosoughi, Roy, Aral – Science, 2018)

Perché le pseudoscienze hanno così successo

Le pseudoscienze sopravvivono proprio perché la scienza ha una caratteristica che la rende vulnerabile nella comunicazione: l’incertezza strutturale.

La scienza procede infatti per ipotesi, revisioni, errori corretti nel tempo. È un processo collettivo, lento, spesso contraddittorio nel breve periodo. Le pseudoscienze offrono qualcosa di radicalmente diverso: certezza assoluta, subito, senza dubbi.

La certezza come bisogno psicologico

Il neuroscienziato Robert Sapolsky ha mostrato come il sistema limbico, e in particolare l’amigdala, reagisca all’ambiguità e all’incertezza attivando intense risposte di stress e allarme biologico. In periodi di crisi sanitaria, come durante una pandemia, questa reazione si amplifica a livello collettivo. Le “cure miracolose” e le teorie cospirative esplodono proprio nei momenti di maggiore incertezza istituzionale: riempiono un vuoto informativo con risposte semplici, immediate, confortanti.

Non si tratta di mera credulità, ma di un reale bisogno cognitivo e biologico di ridurre l’ansia da vulnerabilità (un meccanismo psicologico ben noto a chi produce disinformazione).

Le 3 caratteristiche di ogni fake news efficace

I ricercatori nel campo della comunicazione del rischio e della psicologia sociale hanno identificato costanti precise nelle false narrative che riscuotono più successo. Queste narrative, spesso molto convincenti, non sono casuali ma rispondono a meccanismi cognitivi specifici.

1. Risposte intuitive, non ragionate

La disinformazione efficace usa il Sistema 1 del pensiero: quello rapido, automatico ed emotivo descritto da Daniel Kahneman. Slogan brevi, immagini forti, titoli che provocano paura o indignazione. L’obiettivo è generare una reazione immediata prima che il pensiero critico abbia il tempo di intervenire.

2. Un colpevole identificabile

Big pharma, governi, élite globali. Identificare un nemico preciso semplifica la realtà e fornisce uno sfogo emotivo. La scienza, con le sue sfumature e la sua complessità, non riesce a competere con la chiarezza di una narrativa antagonista. Il “chi c’è dietro” è sempre più potente del “com’è andata davvero”.

3. Storytelling empatico

Le storie personali battono i dati statistici ogni volta. “Mio figlio è cambiato dopo il vaccino” attiva aree cerebrali diverse rispetto a un grafico epidemiologico (e in modo molto più intenso). Il racconto in prima persona crea identificazione, abbassa le difese critiche, e rimane impresso nella memoria molto più a lungo di qualsiasi numero.

"I vaccini causano l'autismo" : una tesi smentita da decenni di studi su milioni di bambini. Eppure persiste, perché risponde a un bisogno reale: trovare una causa semplice a qualcosa di doloroso e scientificamente complesso.

Fake news: come riconoscerle

Difendersi dalla disinformazione richiede allenamento e alcune domande da porsi sistematicamente davanti a qualsiasi contenuto di salute o scienza.

Chi lo dice?

La fonte è identificabile e trasparente? Ha potenziali conflitti di interesse economici, ideologici, politici? Il contenuto è revisionato da esperti indipendenti (peer review)? Una fonte anonima o senza affiliazione verificabile è già un segnale d’allerta.

Come lo dice?

Il linguaggio è assoluto, emotivo, privo di sfumature? Viene identificato un nemico preciso? Si invita esplicitamente a “non credere” alle istituzioni scientifiche o ai media tradizionali? Questi elementi non dimostrano che qualcosa sia falso, ma indicano che vale la pena approfondire prima di condividere.

Cosa non dice?

Le omissioni strategiche sono il motore principale delle narrative false. Il contesto mancante trasforma dati reali in prove di complotti. Un dato vero, isolato dal suo contesto, può dire esattamente il contrario di quello che la ricerca originale dimostrava. Cerca la fonte primaria, non la sua interpretazione.

Fake news: il problema non è la stupidità

Il punto più importante e più scomodo è questo: credere alle fake news non è un segnale di scarsa intelligenza. È la risposta razionale di un cervello che usa strumenti evolutivi in un ambiente informativo per cui non è stato progettato.

Capire i meccanismi che ci rendono vulnerabili non ci immunizza automaticamente. Ma ci rende più onesti sulle nostre fragilità cognitive, e più umili nella comunicazione scientifica. Perché il modo in cui raccontiamo la scienza conta quanto la scienza stessa.

La conoscenza funziona solo se la condividi: con rigore, chiarezza e rispetto per chi ascolta.

Fonti

  • Vosoughi S., Roy D., Aral S. (2018). The spread of true and false news online. Science, 359(6380), 1146–1151. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29590045/
  • Kahneman D. (2011). Thinking, Fast and Slow. Farrar, Straus and Giroux.
  • Lewandowsky S. et al. (2012). Misinformation and Its Correction: Continued Influence and Successful Debiasing. Psychological Science in the Public Interest, 13(3), 106–131. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26173286/
  • Pennycook G., Rand D.G. (2019). Fighting misinformation on social media using crowdsourced judgments of news source quality. PNAS, 116(7), 2521–2526. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30692252/
  • WHO (2020). Infodemic management — COVID-19. World Health Organization.

Crediti immagini

  • Figura 1- Farmacoscienza. (2026). Immagine generata con intelligenza artificiale tramite Envato Elements. Envato. https://elements.envato.com

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Chimica farmaceutica specializzata in fitochimica, con un percorso che unisce esperienze nella ricerca accademica e nella qualità farmaceutica.
Fondatrice e curatrice del progetto Farmacoscienza, mi occupo di divulgazione e comunicazione scientifica.