C’è un nuovo tipo di viaggio psichedelico che non passa da molecole o rituali, ma da un visore. Un viaggio senza sostanze, costruito da algoritmi e realtà virtuale. È la frontiera dei cyberdelics: esperienze digitali progettate per evocare, in modo controllato, parte degli stati di coscienza tipici degli psichedelici.
Un’evoluzione che si inserisce nel filone più ampio delle tecnologie capaci di modulare la percezione—un percorso che abbiamo già esplorato analizzando il cosiddetto “tofu psichedelico”, ovvero l’idea di ottenere gli effetti terapeutici degli psichedelici senza allucinazioni.
Con i cyberdelics, però, il viaggio non è chimico: è visivo, cognitivo, immersivo. E oggi la ricerca inizia a valutarne il potenziale. Una sorta di psichedelia 2.0, progettata per esplorare in sicurezza gli stati di coscienza.
La domanda che si pongono i ricercatori è: può una simulazione digitale toccare gli stessi meccanismi cognitivi ed emotivi degli psichedelici tradizionali?
Uno studio recente dell’ Università Cattolica di Milano prova a rispondere, mettendo a confronto un “giardino segreto” virtuale e la sua versione allucinata da DeepDream, l’algoritmo di Google in grado di amplificare pattern, forme e colori fino a trasformarli in visioni psichedeliche.
Cyberdelics: cosa sono?
Il termine cyberdelics nasce dall’unione di “cyber” e “psychedelic”: tecnologie che inducono stati alterati di coscienza senza l’utilizzo di sostanze. Il concetto si basa su una premessa: molti effetti terapeutici degli psichedelici sembrano legati non alla molecola in sé, ma agli stati di coscienza che inducono (altered states of consciousness, ASCs), associati all’attivazione dei recettori serotoninergici 5-HT2A, all’aumento dell’entropia cerebrale e alla maggiore flessibilità cognitiva.
Le sostanze psichedeliche tradizionali presentano limiti chiari:
- effetti imprevedibili
- vincoli legali e regolatori
- necessità di un contesto terapeutico altamente strutturato
Da qui l’idea: simulare solo gli aspetti visivi e cognitivi dell’esperienza psichedelica, escludendo la componente farmacologica. Un “trip” senza farmaco.
Lo strumento chiave è il DeepDream, algoritmo di Google che amplifica pattern e forme nelle immagini generando effetti psichedelici visivi. Applicato a un video immersivo in realtà virtuale (iVR), dà vita alle Hallucinatory Visual Virtual Experiences (HVVEs).
Cyberdelics: come funziona un’esperienza digitale
Il test: un mini-trip da dieci minuti
Cinquanta partecipanti. Due esperienze VR da dieci minuti ciascuna.
Il video di partenza è “The secret garden“, un paesaggio rilassante a 360 gradi: alberi, sentieri, acqua che scorre. Una VR pensata per calmare, rilassare, far respirare.
Nella versione “allucinata”, invece, il giardino rimane lo stesso, ma è come se prendesse vita. Le foglie si moltiplicano in spirali impossibili, le strutture si deformano, i colori si accendono in un caleidoscopio continuo. È il mondo reale, ma filtrato da un algoritmo che “sogna”, distorcendo ogni pixel.
Questo contrasto è il cuore dello studio: due viaggi, uno naturale e uno artificiale, per capire come cambiano mente e corpo quando la percezione viene spinta oltre i suoi confini abituali.
Dopo ogni viaggio, i partecipanti sono stati sottoposti a:
- test cognitivi (creatività, idee alternative),
- questionari emotivi (ansia, emozioni positive/negative, distress)
- misure fisiologiche (frequenza cardiaca, attivazione simpatico-nervosa)
Un protocollo semplice solo in apparenza: l’obiettivo è osservare cosa succede quando la percezione visiva diventa imprevedibile, quasi “onirica”, senza l’intervento di una molecola.
Cyberdelics: i risultati dello studio
Il risultato più interessante riguarda la flessibilità cognitiva.
Dopo la versione allucinata del video:
- i partecipanti generano più idee originali
- pensano in modo meno lineare
- risultano più rapidi nel sopprimere risposte automatiche e accedere a strategie alternative
Non sono effetti banali. Sono, di fatto, la firma cognitiva degli psichedelici classici, come psilocibina e LSD.
È come se il cervello, messo davanti a un mondo che non riesce a prevedere, fosse costretto a “mollare la presa”, ad alleggerire i suoi schemi rigidi. E proprio in quello spazio di incertezza nasce la creatività.
Emozioni ambivalenti, come in un vero trip
Chi vive l’esperienza cyberdelica non rimane indifferente. Aumentano l’arousal, il coinvolgimento, persino un certo livello di disagio. Ma allo stesso tempo l’ansia diminuisce rispetto all’inizio. Una combinazione che può sembrare contraddittoria — distress soggettivo e calma fisiologica — ma che ricorda da vicino gli stati psichedelici reali.
È la sensazione di essere trascinati in qualcosa di intenso, ma senza perdere completamente il controllo. Una sorta di “rilassamento vigile”: corpo calmo, mente in movimento.
Il cuore rallenta, la mente accelera
Anche sul piano fisiologico emerge un dato sorprendente. Sia la VR rilassante sia la VR psichedelica riducono la frequenza cardiaca e l’attività del sistema nervoso simpatico. Il corpo si de-stressa, anche quando la mente percepisce un certo livello di turbamento.
È come stare davanti al mare in tempesta, ma da dietro un vetro spesso.
La scena è caotica, ma ci si sente al sicuro.
Cyberdelics: un fenomeno complesso spiegato da un modello semplice
L’effetto delle hVVes può essere interpretato attraverso la teoria del Predictive Coding (PP) e il modello Relaxed Beliefs Under Psychosis (ReBUS). La teoria suggerisce che il cervello funziona come una macchina predittiva, bilanciando le convinzioni pregresse o priors (le nostre convinzioni profonde con cui interpretiamo il mondo) con le informazioni sensoriali in arrivo.
L’esperienza hVVe, essendo inaspettata e complessa, potrebbe indurre un temporaneo rilassamento delle “convinzioni rigide” (priors), dando maggiore importanza ai dati sensoriali in arrivo. Questa ricalibrazione del processo decisionale faciliterebbe la flessibilità cognitiva.
La VR allucinatoria crea un contesto caotico ma controllato, un “shock percettivo” che obbliga il sistema a riorganizzarsi – come smontare momentaneamente un puzzle per ricostruirlo con pezzi nuovi.
Cyberdelics: quali applicazioni?
Oggi le terapie psichedeliche stanno vivendo un momento di grande attenzione, ma con limitazioni regolatorie, etiche e di sicurezza.
I cyberdelics potrebbero quindi diventare:
- un modo per preparare i pazienti alle sedute con psichedelici reali
- un’opzione intermedia per chi non può o non vuole assumere sostanze
- uno strumento di training cognitivo per favorire creatività e problem-solving;
- un nuovo tassello nella digital mental health, più modulabile e sicuro rispetto alle molecole.
Non sostituiscono gli psichedelici, ma potrebbero ispirare protocolli alternativi più accessibili e controllabili.
Cyberdelics e limiti
L’esperimento si inserisce in un dibattito più ampio sul futuro delle tecnologie psichedeliche. I cyberdelics cercano di riprodurre i correlati percettivi e cognitivi degli psichedelici in modo controllato, sicuro e replicabile.
Tuttavia, resta aperta una domanda centrale: quanto dell’esperienza psichedelica è davvero riducibile a un effetto visivo o sensoriale?
Gli stati indotti dagli psichedelici comportano modificazioni profonde dell’autopercezione, dell’emotività, del corpo e del senso di sé, dimensioni che un’esperienza puramente visiva in VR difficilmente può catturare. Inoltre, la cornice relazionale e il contesto terapeutico (set and setting) restano elementi centrali che la tecnologia, da sola, non può replicare.
Dopo gli “psichedelici senza trip”, arriva ora l’estremo opposto: il trip senza nemmeno il farmaco. Ma l’esperienza psichedelica non è solo un insieme di distorsioni visive: è un processo corporeo, emotivo e relazionale, che si gioca nel contatto con il terapeuta, con la propria storia, con la paura e con la trasformazione.
Ridurre tutto questo a un algoritmo che genera pattern colorati in VR significa trasformare un fenomeno complesso in un’estetica. Non è necessariamente un male: può essere un terreno interessante per la ricerca sulla flessibilità cognitiva o sull’allenamento alla tolleranza dell’incertezza. Ma parlare di “effetti psichedelici” in senso stretto resta un azzardo concettuale.
Lo studio presenta inoltre alcuni limiti metodologici:
- campione piccolo e omogeneo
- misure fisiologiche parziali
- impossibilità di distinguere quanto gli effetti dipendano davvero dalle allucinazioni simulate o semplicemente dall’uso della VR
Siamo solo al primo capitolo.
Conclusione
Alla base dell’esperienza psichedelica c’è qualcosa che nessuna tecnologia può davvero replicare: la relazione tra la sostanza e la persona che la assume. Gli psichedelici non “fanno effetto” in astratto, ma agiscono su di te, sulla tua storia, sulle immagini e le emozioni che porti dentro.
È un dialogo (a volte dolce, a volte spietato) tra la coscienza e il suo contenuto più profondo.
Per questo l’idea di proiettare la stessa allucinazione per tutti è paradossale. Nel viaggio psichedelico, non vedi ciò che qualcun altro ha programmato, ma ciò che il tuo inconscio ti mostra quando smette di essere censurato. È ciò che rende ogni esperienza unica e irripetibile.
Standardizzare una visione significa svuotarla di senso. Nella psichedelia non ricevi quello che pensi di volere, ma quello di cui, spesso senza saperlo, hai davvero bisogno.
Sul piano etico e pratico, l’uso di algoritmi generativi come DeepDream apre interrogativi sulla standardizzazione dell’esperienza psichedelica: cosa accade quando l’allucinazione viene progettata da un algoritmo, e non emerge più dal dialogo tra cervello e ambiente?
In prospettiva, queste tecnologie potrebbero diventare strumenti di training psicologico o psicoeducativo, per esercitare la tolleranza all’incertezza o per esplorare in modo controllato la flessibilità cognitiva.
Ma per ora restano una simulazione parziale: affascinante sul piano estetico, ma ancora lontana dall’avere un impatto clinico reale.
Fonti:
- Brizzi G, Pupillo C, Rastelli C, Greco A, Bernardelli L, Di Natale AF, Pizzoli SFM, Sajno E, Frisone F, Di Lernia D, Riva G. Cyberdelics: Virtual reality hallucinations modulate cognitive-affective processes. Dialogues Clin Neurosci. 2025 Dec;27(1):1-12. doi: 10.1080/19585969.2025.2499459. Epub 2025 May 23. PMID: 40407250; PMCID: PMC12107671. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12107671/
Crediti immagini:
- Figura 1- Farmacoscienza. (2025). Immagine generata con intelligenza artificiale tramite Envato Elements. Envato. https://elements.envato.com
Caterina Bartoli
Medico chirurgo, specialista in Anatomia Patologica, con Master in Nutrizione Clinica e operatrice olistica di Medicina Ayurvedica.
Membro dell’Associazione Illuminismo Psichedelico. Collabora come consulente scientifico con l’Associazione Luca Coscioni. Fondatrice di Studio Aegle, progetto di divulgazione scientifica nato per approfondire la ricerca psichedelica.
Chimica farmaceutica specializzata in fitochimica, con un percorso che unisce esperienze nella ricerca accademica e nella qualità farmaceutica.
Fondatrice e curatrice del progetto Farmacoscienza, mi occupo di divulgazione e comunicazione scientifica.









